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Torre Archirafi

Il toponimo Archirafi, di origine bizantina, significa "erbe alte", ma di certo per erbe doveva,in questo caso, intendersi canne. La presenza di un canneto è registrata dal geografo arabo Idrisi che nel 1154 definì il luogo Ayn al Qasab, cioè "Fonte delle canne": al canneto si accompagnava una palude e, a 4 chilometri dal luogo della successiva fortificazione, un lago malarico che certo non favoriva insediamenti umani.

Già dal 1127 il Mezzogiorno, con Sicilia e Calabria, era stato unificato da Ruggero II ed era in atto il rafforzamento della monarchia normanna. Basato sul duplice sistema della struttura feudale militare e della potente burocrazia amministrativa e fiscale, lo stato si organizza in modo centralizzato e si apre sia all'aristocrazia araba che all'elite urbana di mercanti e funzionari musulmani, ebrei e cristiani: una Sicilia composita, dunque, guidata da uno stato sovrano e dalla forza delle istituzioni centrali, con un fisco severo e una giustizia rigorosa. A questo periodo risalgono le prime testimonianze su Torre Archirafi che, dalla descrizione di Idrisi, doveva presentarsi come zona intermedia tra il mare e la campagna retrostante. La torre verrà qui successivamente costruita come fortificazione atta a difendere non tanto quindi un centro abitato, trattandosi inizialmente di zona paludosa, quanto le vaste campagne coltivate dell'entroterra.

Nel 1576 Tibuzio Spannocchi, nobile toscano incaricato di ispezionare le fortificazioni dell'isola, scriveva: "la torre del li Archelafi è necessità esser guardata di continuo tutto l'anno, per essere in buono sito et è di ottima fabbrica, in restaurarla, cioè farli alcune scale et una volta in cima, che si spenderà qualche 50 di scudi". La torre esisteva pertanto già nel 1576, e necessitava addirittura di riparazioni e d'interventi. In quale periodo era stata dunque costruita?

Se per alcune torri dell'isola è possibile parlare di origine punica e romana, per altre si parla di interventi bizantini, arabi, normanni, angioini, anche se rimane poco a testimoniarne l'origine. E' al periodo svevo che vanno ricondotte, per evidenza monumentale e documentale, le più importanti fortificazioni. Che proseguono nel periodo aragonese, di proprietà del re ma anche di privati, queste ultime non certo incoraggiate per via del timore che potessero trasformarsi in fronti di possibile resistenza al sovrano e al suo potere.

Tutto il XVI secolo fu accompagnato da incursioni piratesche. Già dal 1460, da quando cioè il re Giovanni aveva proclamato l'unione perpetua del regno di Sicilia alla corona d'Aragona, i vicerè avevano ricevuto il compito di controllare l'isola e di coinvolgerla nella difesa dalla minaccia turca e dei pirati barbareschi (con Barberìa erano indicati gli stati musulmani dell'Africa costiera settentrionale). Minaccia che dalla conquista di Costantinopoli del 1453 incombeva su tutto il Mediterraneo, al punto da spingere i sovrani d'Europa a cercare altre rotte per il commercio, e la Spagna in particolare a finanziare imprese d'esplorazione per la conquista di terre e mercati d'oltremare senza incorrere nelle minacce musulmane. Cristoforo Colombo ebbe anche per questo da Isabella di Castiglia sostegno e supporto per il suo viaggio transoceanico. Minacciata senza eccezioni dai turchi e dai pirati, tutta la zona costiera dell'isola fu pertanto dotata di fortificazioni di avvistamento e di difesa. Con Carlo V, che ebbe tra i suoi nemici francesi e turchi protagonisti di una scandalosa alleanza per strappare potere all'imperatore, l'isola venne trasformata in una fortezza, divenne la "frontiera" della cristianità. Da un lato venne utilizzata come base per la conquista di territori africani, dall'altro come roccaforte difensiva per fronteggiare gli attacchi delle armate musulmane. Finanziati dal Parlamento nel 1531, i lavori di fortificazione spazzeranno rapidamente l'apparato medievale di castra e castelli per potenziare le strutture fortificate a salvaguardia dei porti. Fortezze,castelli,guardie, poste e torri si articoleranno così in una rete complessa con lo scopo da un lato di "avvistare" eventuali navi nemiche segnalandole anche alle popolazioni dell'interno, dall'altro di bloccare eventuali sbarchi attraverso l'uso dell'artiglieria e della moschetteria.

Questo il contesto storico in cui il vicerè Giovanni de Vega(1547-1557) fece costruire, o semplicemente riadattare utilizzando precedenti manufatti, molte torri costiere.

Ed è possibile che a questo periodo risalga la torre di Archirafi, di cui già scriveva Spannocchi nel 1576. Nell'altra torre dell'entroterra, nota come "torretta di Archi", distante un chilometro dal borgo, è invece incisa la data di nascita, il 1567, e si pensa che la sua funzione sia stata quella di copertura logistico militare, a monte, della fortificazione di Archirafi

Alla fine del XVI secolo l'architetto fiorentino Camillo Camilliani riceve dalla deputazione del Regno di Sicilia l'incarico di esplorare le marine dell'isola per registrarne insediamenti e fortificazioni. Nelle relazioni scritte in seguito ai controlli, Camilliani mostra inquietudine e preoccupazione perché dalla gente del luogo apprendeva di frequenti incursioni di turchi,pirati e corsari, di turcheschi come ambiguamente si definivano turchi o pirati barbareschi spesso assimilati. Leonardo Sciascia due secoli dopo scriverà: "era invalsa l'abitudine di navigare costeggiando, per cui all'apparire di una squadra piratesca i marinai prendevano terra e trovavano scampo nella campagna, lasciando tranquillamente in mano ai pirati le navi con tutto il carico intatto".
Di fatto, dopo la relazione allarmata di Camilliani, le fortificazioni vennero potenziate.

Nel 1571 Filippo II sconfigge la flotta turca e si conclude la cinquantennale "guerra del Mediterraneo". La Turchia si sposta in Oriente e nel nord Africa, l'Occidente e le grandi isole passano alla Spagna, che adesso ha nuovi nemici da affrontare: tra la fine del Seicento e il primo Settecento francesi, olandesi, inglesi, austro-imperiali sbarcheranno in Sicilia nel contesto delle guerre di Luigi XIV o di successione dinastica. Tuttavia i barbareschi continueranno ad essere una minaccia per la Sicilia e il pericolo cesserà solo dopo il 1830, quando Algeri verrà definitivamente conquistata dai francesi. Né dobbiamo dimenticare che corsa e pirateria vennero esercitate anche da cristiani, non risparmiando la nostra isola.

Verso la fine del 1500, la Contea di Mascali fu divisa in piccole proprietà dai vescovi di Catania e furono creati tredici borghi
RIPOSTO
TORRE ARCHIRAFI
SANT'ALFIO
SAN GIOVANNI
MILO
DAGALA
MACCHIA
SAN MATTEO
SAN LEONARDELLO
SANTA MARIA LA STRADA
NUNZIATA
TAGLIEBORSE
GIARRE

I vescovi di Catania, signori della Contea di Mascali, diedero in enfiteusi le terre della Contea a molti acesi che le avevano disboscate e messe a coltura, mutandone decisamente l'assetto e la funzione complessiva. Sulla via consolare Catania-Messina nacque il primo nucleo abitato di Giarre. Sorto nel 1567 come semplice fondaco, successivamente si prospettò come centro commerciale per smistare le derrate agricole della Contea nei vari mercati dell'isola, per diventare nel 1700 il centro più popoloso e più importante. Si distendeva per un chilometro lungo la strada consolare che da Catania portava a Messina; ai suoi bordi nacquero fondachi,case,botteghe.
Sul mare si rese necessario un Repositorium, Riposto appunto, deposito da cui far partire in seguito, attraverso un porto, le merci da esportare. Torre Archirafi si sviluppò, per la sua singolare posizione geografica, come borgo marinaro e rurale, mare e campagna diventarono le sue risorse principali e segnarono lo sviluppo della sua economia.


Ed eccoci al Seicento, secolo di crisi e di ferro, a detta degli storici. Né la nostra isola rimase estranea alle crisi e alle guerre del tempo. Quegli anni furono infatti molto travagliati per la gente della Sicilia orientale. Tutto iniziò a Messina con il governo dello spagnolo Luigi Dell'Hojo, che seguì abilmente la politica del "dìvide et ìmpera", facendo nascere nella città un partito popolare democratico detto dei "Merri" (merli), e un partito aristocratico detto dei "Marvizzi" (tordi). Il partito dei Merri ottenne una riforma della composizione del Senato ma i Marvizzi, temendo di perdere potere, inviarono ambasciatori a Luigi XIV di Francia, chiedendo il suo intervento.
In tal modo si creò una transitoria dominazione francese che per soccorrere Messina si sostituì al dominio spagnolo.
Diversi centri della Sicilia orientale furono occupati fino alla pace di Nimega, stipulata tra Francia e Spagna nel marzo del 1678,che riportò il governo spagnolo nella città con una durissima repressione sui suoi abitanti.
Ai fatti "dei merri e marvizzi" bisogna aggiungere il sisma del 1693 e la carestia del 1671 per spiegare l'esodo di oltre 1500 messinesi verso la Contea di Mascali, molti dei quali si stabilirono proprio a Riposto e Torre Archirafi, mutandone positivamente l'articolazione sociale e produttiva. Qui la torre cessò la sua funzione difensiva e si prospettò come edificio della Ducea di Archirafi, istituita il 24 maggio 1741 e concessa da Carlo III di Borbone a Giovanni Natoli Ruffo, principe di Sperlinga. Nacque così, sul fianco della fortificazione, la cappella dedicata alla Madonna della Sacra Lettera(culto di origine messinese e qui portato dai profughi del secolo precedente). La chiesa non era aperta solo alla famiglia del duca ma a tutti gli abitanti dei dintorni, molti dei quali erano pescatori che dimoravano intorno all'antica fortificazione. La cappella ha subito nei decenni vari interventi, fino a diventare la chiesa odierna dedicata nel 1922 alla Madonna del Rosario. Di certo a partire dal Settecento Torre Archirafi presenta già una struttura urbana articolata, e attorno alla residenza dei Natoli si sviluppa la coltivazione del gelso per la produzione della seta( la via Filandieri di Torre Archirafi testimonia appunto questo importante momento produttivo).
Nella Sicilia orientale infatti, alla produzione di grano si era da tempo affiancata quella della seta greggia, e già a metà del Seicento il valore delle esportazioni di seta superava non di rado quello delle esportazioni di grano. Messina divenne il polo produttivo e ottenne privilegi economici(monopolio del commercio serico di tutta la Sicilia orientale) e simbolici(alternanza tra Palermo e Messina della residenza dei vicerè, con relativa corte e tribunali, cioè centinaia di persone danarose e potenti). Di questo beneficiarono tutti i paesi della costa ionica, inclusa Torre Archirafi, dove il commercio della seta fu una risorsa importante capace anche di controbilanciare le ricorrenti crisi dei vigneti e del vino che nel corso dell'Ottocento colpiranno le nostre campagne.
Nel 1815 il Parlamento siciliano si pronunciava a favore dell'autonomia di Giarre. Il 17 aprile 1841 sarà Riposto ad ottenere l'autonomia amministrativa e nasceva così il nuovo comune dall'unione dei quartieri di Riposto e Borgo la Torre. Si cercò subito di migliorare le vie di comunicazione interne e l'accesso al mare attraverso la creazione del porto. Quest'ultima soluzione si presentò tuttavia alquanto difficoltosa soprattutto per la diffidenza dell'apparato borbonico,la rivalità di Acireale,l'inizio dei lavori nel porto di Catania.
Intanto si potenziò il commercio marittimo:nel 1835 l'esportazione vinicola di Riposto era pari al 54% di quella dell'intera isola e nel 1850 è quasi alla pari con Marsala. Questo rapido sviluppo era stato incoraggiato dalla presenza degli inglesi in Sicilia, a partire dal 1806, per contenere l'espansione napoleonica. La flotta inglese si rivolse al mercato siciliano per il rifornimento delle truppe e mantenne alta la richiesta di vino per tutta la prima metà dell'Ottocento. Nel decennio 1821-1830 l'esportazione su navi inglesi da Riposto era inferiore solo a quella di Messina,Palermo e del porto solfifero di Licata. L'economia del territorio,e le relative attività professionali,risultarono profondamente stimolate da tutto questo. Il commercio si fece sempre più ricco:Malta e la Gran Bretagna caricavano zolfo a Licata,olio a Palermo e a Messina,caricavano il vino a Riposto,insieme a frutta,legname,neve,per raggiungere Buenos Aires,Rio de Janeiro, Montevideo.
La "grande depressione", la guerra doganale con la Francia e la fillossera di fine Ottocento mettono in ginocchio la zona ionico etnea,come tutto il resto dell'isola. Inizia anche per Torre Archirafi e per tutta la costa ionica l'esodo migratorio. La delusione per l'esito dei Fasci siciliani e la drastica riduzione delle opportunità di lavoro in seguito all'infezione filosserica che colpi ì i vigneti si coniugano sin da subito con la vocazione all'espatrio, particolarmente alta nella popolazione di questa zona costiera fatta di marinai e pescatori che avevano conosciuto anzitempo le rotte mediterranee e transoceaniche. Un'emigrazione stagionale verso l'Africa settentrionale era già dalla metà del secolo presente nella zona, e nel 1896 da Riposto si registrano 33 partenze per l'America e 16 per Europa e nord Africa, con Tunisia ed Egitto in testa. Col tempo diverrà fisiologica l'apertura delle catene di richiamo, a misura che il disastro vinicolo andava minando le condizioni di vita di mercanti e contadini. I primi a non resistere furono coloro che pensavano ad un rapido ritorno con il gruzzolo necessario per acquistare un pezzo di terra, pagare la dote alle figlie o saldare antichi debiti contratti dalla famiglia al momento dell'acquisto di fondi demaniali. Rapidamente un vero fiume umano lascerà la zona ionico-etnea. Il fenomeno migratorio presenta una progressione nel primo quindicennio del Novecento(nel 1906-120.000 siciliani emigrano, 146.000 nel 1913), segno che un ruolo fondamentale ebbero processi esogeni, quali la pressione delle compagnie di navigazione, il richiamo dei parenti già emigrati, il sogno di una vita migliore, il desiderio di riscatto dalla miseria.
Nella prima stagione migratoria è il continente americano (Stati Uniti, Canada, Argentina, Brasile e Venezuela) la meta prevalente dei flussi del comprensorio ionico-etneo, mentre le partenze verso l'Oceania sono piuttosto episodiche. Nel secondo dopoguerra, invece, le cose cambiano sensibilmente: sarà l'Australia a captare l'interesse della gente di Torre Archirafi,Riposto,Giarre,Linguaglossa, seguita da vari paesi del Centro Europa (Svizzera, Germania e Francia).
E all'emigrazione in Australia, va ricondotto il fenomeno dei "matrimoni per procura". Dopo la seconda guerra mondiale, le difficoltà dell'economia italiana e un imponente progetto di sviluppo avviato dal governo australiano fecero riversare nel continente un incredibile flusso di emigrati italiani. Molti di essi erano uomini soli, con contratti di lavoro a scadenza biennale., poco favorevoli a sposarsi al di fuori del proprio gruppo etnico e poco propensi ad integrarsi nella società australiana anche per la scarsa conoscenza della lingua. Le autorità australiane,temendo che lo squilibrio tra i sessi ormai evidente e capillare comportasse anche problemi di ordine sociale, incoraggiarono i matrimoni per procura. Il matrimonio si svolgeva nel paese d'origine della sposa e qui veniva registrato. In chiesa il sacerdote celebrava ufficialmente la funzione con testimoni e invitati , ma sull'altare si presentava, al fianco della donna, un amico o un parente delegato dal futuro marito. Finita la cerimonia religiosa, un breve e malinconico festino e poi via, lungo l'Oceano, sulla "nave delle spose", in rotta per l'Australia verso una nuova vita con un uomo a volte conosciuto solo in fotografia.
Dai registri dell'archivio parrocchiale della chiesa di Torre, grazie all'aiuto di don Carmelo Raspa, siamo riusciti a risalire a due matrimoni per procura del secondo dopoguerra. Per procura si sposano il 19 febbraio 1955 Giuseppe Denaro e Giuseppa Leotta e, il 16 aprile dello stesso anno, Francesco Finocchiaro e Maria Barbarino.
Francesco Finocchiaro aveva lasciato a Torre Archirafi nel 1952 la fidanzata Maria, con la promessa di sposarla con i primi risparmi del lavoro in Australia. Ma il biglietto di ritorno costava troppo, e sui due fidanzati cominciò a pesare la lunga separazione. Così il 16 aprile 1955, nella chiesa di Torre Archirafi, si optò per il matrimonio per procura. Maria raggiunse l'altare a fianco del suocero,mentre Francesco attendeva la sposa a Melbourne e organizzò, per il suo arrivo, una festosa cerimonia. Tutta la documentazione della cerimonia è stata raccolta dagli studenti del liceo scientifico e pubblicata nel volume Migranti.
Lo sviluppo successivo di Torre Archirafi è più noto: diventato un centro di villeggiatura, d'estate si riempie di turisti e di emigrati di ritorno. Dell'antica fortificazione non rimane più nulla ma tra il verde delle campagne e l'azzurro del mare l'intreccio di strade strette che si snoda tra piccoli cortili zeppi di fiori e di colori ripropone ancora, all'osservatore attento e non frettoloso, angoli di rara bellezza e testimonianze del ricco passato. Oggi Torre Archirafi può essere a ragione considerato uno dei borghi marinari più suggestivi della Sicilia Orientale, capace di unire armoniosamente storia, natura, tradizioni, cultura.
Testo a cura di Grazia Messina